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Nonostante l'armistizio, la guerra continua. Badoglio si mette in salvo
e non pensa ai tanti e tanti militari sparsi in tutto il mondo, in Albania,
in Russia, in Grecia, in Africa, in Germania, tutti alla mercé
dei Tedeschi.

lo sono in Francia, nei pressi di Tolone, nel 42° Regg. artiglieria,
comandato dal maggiore Beniamino Andreatta, reduce dalla prima guerra
mondiale. Siamo fermi in attesa di ordini, e per di più senza viveri.
Il 12 settembre 1943, arrivano i Tedeschi e veniamo disarmati. Il cappellano,
dopo aver celebrato la messa al campo, ordina il «si salvi chi può».
Chi fugge, chi rimane, perché pensa che è meglio stare uniti.
Il 19 settembre ci trasferiscono a Le Luc, a disposizione della Todt.
1933 - Battista e la
sua famiglia
prima di partire per l'Africa Orientale
Tanti miei compagni vengono, invece, inviati in Germania.
Il giorno dopo sono portato a Brignoles, in caserma. Con me c'è
un amico di Pavone, Giuseppe Migliorati, con cui sono inviato a lavorare
in miniera. Con questo indirizzo, posso dare notizie alla famiglia: Societè
Eletro Chimie, Feld-post nn. 13921 B-B-1. Rimango in miniera fino allo
sbarco degli americani, che avviene il 15 agosto 1944.
Dopo lo sbarco, per alcuni giorni, non lavoriamo per mancanza di energia
elettrica, poi, presi dalla paura che i Tedeschi ci portino via, fuggiamo
in montagna con cinque partigiani. Il Signore Iddio volle che trovassimo
un capo che sapesse parlare l'italiano; eravamo in quattro: io, l'amico
di Pavone e due di Bergamo. Cordialmente accolti da questo capo, ci viene
offerto asilo e rimaniamo in casa sua per alcuni giorni. Non come lui,
la pensavano i suoi compagni partigiani. Il nostro compito era quello
di dare la sepoltura ai morti da loro giustiziati: civili che collaboravano
con i Tedeschi.

Foto di gruppo: Battista è il primo
in piedi, da destra.
Dopo qualche tempo, ci fa accompagnare da
un suo collega fino al paese di Vins sul Caranj. La ditta, dove avevamo
lavorato in precedenza, ci riassume e riprendiamo il lavoro in miniera.
Noi cerchiamo di metterci in contatto con gli Americani, per lavorare
come volontari al porto, per lo scarico delle navi. Sapevamo che nella
zona c'erano miniere di bauxite e anche molti Italiani. Ci fanno radunare
tutti a Brignoles, per essere poi, con autocarri, trasportati al porto
di Frejus.
Per prima cosa, ci vestono tutti con la divisa americana, con al braccio
una piastrina tricolore con la scritta "Italia". Viviamo accampati
sotto le tende, con coperte e vitto sicuro. Rimaniamo con loro fino a
che il fronte si porta più avanti. Il capitano americano ci tiene
uniti fino ai primi di novembre 1944, poi, col treno, ci spedisce a Marsiglia,
in un vastissimo campo di raccolta dei prigionieri. L'ampio spazio è
diviso in reparti da reticolati. Fortuna volle che fossimo vicino al campo
dei Polacchi, che, in massa, erano passati agli Americani, senza combattere.
Si erano arresi e chiedevano di essere inviati in Italia a combattere
contro i Tedeschi. Veniamo disinfettati e sottoposti a iniezioni.
L'8 novembre 1944 dal campo veniamo trasportati a Marsiglia. La precedenza
è dei Polacchi poi, a sorpresa, anche noi veniamo trasferiti. Al
porto ci aspettava una grossa nave inglese che, scortata da due vedette
militari, ci porta, passando per le Bocche di Bonifacio, a Napoli. Attraverso
la città, proseguiamo per il campo contumaciale di Aversa. La nostra
divisa è sempre quella americana.
Il 16 febbraio 1945 sono trasferito presso il centro di smistamento di
Afragola, sotto la guida dell'esercito italiano. La guerra è ferma
intorno alla Linea Gotica.
Il 21 febbraio 1945 vengo trasferito a Frosinone, al centro addestramento
reclute. Ci sistemiamo in uno stabilimento danneggiato dai bombardamenti.
Io devo occuparmi del magazzino vestiario e qui rimango fino alla fine
della guerra.
Durante questo tempo ho avuto l'opportunità di un gradito incontro
con due ufficiali, uno di Brescia e uno di Cremona, che venivano dall'Albania.
Si presentano in magazzino con un biglietto del comando; in esso si diceva
di consegnare al tenente Lino Filippini brandina e coperte. Lo guardo
bene e gli chiedo se, per caso, non sia bresciano. «Sono di Brescia»
mi risponde. «Io sono di Cigole». La conoscenza mi permise
la sua compagnia per tutto il tempo in cui rimasi a Frosinone.
Il 25 aprile 1945 la guerra finisce. Dopo due mesi, i due ufficiali ottengono
il congedo, io una licenza di quindici giorni.
Il 2 giugno 1945 parto da Frosinone. È un viaggio molto movimentato
per il fatto che il treno marcia su un solo binario. Ritirandosi, i Tedeschi
hanno divelto le rotaie e dobbiamo fare lunghe ore di attesa nelle varie
stazioni. Arrivati a Bologna il treno non va oltre. Si scende e si va
in cerca di mezzi di trasporto, che facessero la spola fino a Milano.
Il 5 giugno, finalmente, arrivo a Brescia. Nessuno sapeva del nostro ritorno.
Trovo, a prestito, una bicicletta, e mi metto a pedalare. Appena fuori
città, mi capita di incontrare il frate Padre Angelo che, con mula
e carretto, stava tornando al suo monastero.
«... Guarda... un soldato!» mi rivolge lo sguardo ed io pure.
Lo riconosco: è padre Angelo e anche lui mi riconosce. Col cuore
in gola gli chiedo: «Padre, ha notizie dei miei famigliari?»
capisco subito di averlo messo in imbarazzo.
«Mi dica padre Angelo... mi dica!»
Con parole di circostanza che, balbettando, non voleva far uscire, mi
dà la brutta notizia: «Caro Battista... tu ritorni a casa
dopo tanto tempo, con tanto desiderio di incontrare i tuoi cari genitori.
..purtroppo, giusto un mese fa, abbiamo fatto il funerale del tuo caro
babbo.»
Riprendo a pedalare.
A casa, un abbraccio affettuoso mi ridà la gioia, ma nel cuore
ho l'eco di una guerra spietata, piena di sacrifici, di privazioni, di
paure; ho il ricordo di tanti amici morti e dispersi.

Ritratto degli Ufficiali italiani in Africa Orientale:
Battista ne conserva ancora un buon ricordo
Battista Cherubini
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